Psicologia e speleologia

maggio

23

2019

Con questo scritto descriverò l’esperienza che ha visto psicologi e counselor cimentarsi in un’esperienza speleologica di un certo grado di difficoltà.

Ma forse è bene iniziare con la domanda di fondo: cosa ha a che fare la scienza psicologica con la speleologia? E dopo aver risposto a questa domanda sarà più facile rispondere alla seconda domanda di fondo: cosa ha che fare la speleologia con la scienza psicologica?

E’ ormai di “moda” abbinare alla cura della persona altre esperienze quali quelle faunistiche, naturalistiche, sportive, artistiche, ecc.; così come sempre più persone si formano in setting “non formali”, ma sperimentando su “campi” ad alto rischio, la gestione delle dinamiche interpersonali.

Il connubio tra psicologia e natura in realtà è antico quanto la psicologia stessa; ma nel corso dei secoli questa disciplina o arte è diventata sempre più “scientifica”, e quindi mentale, dimenticando la dimensione basilare di ogni esperienza umana: il corpo.

In verità ogni settore della vita umana sembra stia dimenticando sempre più la dimensione del corpo. Si pensi solo per un momento allo sport: sempre meno come occasione di socializzazione, di confronto, di scoperta delle proprie abilità e limiti; e sempre più come esperienza professionale per alcuni, lucrativa per altri e telespettativa per i più. Facile sarebbe il riferimento alle forme comunicative attuali e le modalità di lavoro o di commercio tecnologico che stanno letteralmente spazzando via il corpo.

In questo scenario è inevitabile che le problematiche psichiche aumentino in maniera esponenziale, e con esse di pari passo le problematiche psicocorporee. Non deve quindi meravigliare che proprio la psicologia e le varie scienze umanistiche si rivolgano ad esperienze, a volte estreme, dove la mente è costretta a rimodularsi su nuove dimensioni, ma soprattutto è costretta a dover risentire la propria fisicità che si ridesta e che sola può gestire certe situazioni inusuali, dove è necessario capovolgere le priorità.

Così appare chiaro che in un’esperienza di canyoning tutto il bagaglio di paure mentali, fobie, ossessioni, ecc., venga quasi azzerato, per lasciare spazio ad un nuovo modo di affrontare il mondo fuori di sé, per affrontare invece paure reali. Si pensi infatti al forte incremento di attività turistiche e dilettantistiche al confine tra esperienze di svago e terapeutiche.

La psicologia ha subito colto questa tendenza e l’ha fatta propria. Sono ormai noti i “corsi formativi” in cui a gruppi di manager, operatori della salute ed altri esperti dei più svariati settori, vengono proposte esperienze a diretto contatto con la natura, dove devono essere messe in campo capacità di adattamento, di gestione dello stress, di cooperative learning, di problem solving, di superamento di difficoltà fisiche di un certo livello.

Tutto questo però, dal mio punto di vita, non risolve la questione di fondo: la separazione della mente dal suo corpo. Anzi nella illusione di aver superato i limiti mentali attraverso le proprie abilità psicofisiche, si approfondisce tale separazione.

Un’esperienza su tutte è quella del fire-walking, dove realmente si trova la forza di riprogrammare le convinzioni di fallimento, di incapacità e di impotenza che si sono inscritte nel nostro codice cellulare, ma a discapito del sentire il nostro corpo mentre attraversa i carboni ardenti. L’effetto è sicuramente quello di superare tante insicurezze per quel forte rilascio di endorfine e dopamina che tale esperienza induce; ma con la controindicazione che quel rilascio ormonale non è stato endogeno, e quindi si dovrà sempre andare alla ricerca di esperienze similari che ne risveglino quella sensazione avuta dall’esterno, ma che non appartiene al proprio vissuto.

Da oltre 10 anni studio e sperimento forme di interrelazione tra natura e psicologia.

La mia prima formazione in biosistemica e bioenergetica e Medicina Tradizionale Cinese mi hanno portato a ricercare le vie per l’integrazione della mente con il corpo, sino ad elaborare un modello di cura, denominato Fileoenergetica, che mettesse al centro la ricerca dell’unità mentecorpoemozionale.

La Fileoenergetica è fondamentalmente un’arte della cura che si ispira direttamente alle dinamiche energetiche dei 5 elementi fondamentali, che sono alla base della nostra esistenza, per cui l’immersione nell’elemento naturale, quale l’acqua, la terra, l’aria, il legno e il fuoco, nelle loro varie espressioni naturali e psicocorporee, è la dimensione più “naturale” e più reale, e quindi più vera, della cura per la nostra vita.

Con gli allievi delle scuole di counseling fileoenergetico e con i soci dell’associazione Macroscopio che gestisce le scuole di counseling da oltre 20 anni, ogni anno abbiamo creato laboratori interattivi di riflessione e sperimentazione su ogni elemento, che poi culminano in meeting residenziali dove si vive per diversi giorni immersi in contesti naturali per farci ispirare dall’elemento stesso e farci curare da esso, attraverso la connessione prima e la risonanza poi tra il nostro organismo e l’elemento stesso.

Ma qual è lo specifico del nostro approccio?

Innanzitutto cerchiamo di cogliere qual è l’esperienza psicocorporea che è alla base di certe patologie psichiche. Se prendiamo, ad esempio, la patologia depressiva, constatiamo che alla base di essa c’è l’incapacità di viversi il vuoto, l’assenza, l’annullamento di sé, e quindi tutti i derivati psicocorporei: il lasciarsi andare al piacere, il lasciarsi cadere e fallire, lo sprofondare in esperienze emotive quali il piacere orgastico e la collera. Compreso ciò, portiamo le persone a viversi esperienze reali di vuoto (tra i dirupi e gli strapiombi di montagna, elementi questi dell’energia dell’aria).

Quindi noi non andiamo su uno strapiombo per superare la paura, ma per sentire sino in fondo la paura del vuoto, a livello fisico, emotivo e mentale, così da far scorrere nel nostro organismo tutte le sensazioni che questa esperienza porta con sé, sino ad accettarle e integrarle in noi. Infatti è l’accettazione di ogni esperienza, anche quelle che giudicheremmo negative, che ci consente di evolvere. In fondo, ora noi sappiamo che sono gli stessi ormoni “miscelati” diversamente che ci fanno vivere sia il piacere che la paura, sia la serenità che lo sconforto, ecc.

Arriviamo all’esperienza speleologica: dopo un lungo lavoro sull’elemento terra, siamo giunti ad un meeting dove l’esperienza centrale è stata l’esplorazione e la permanenza in due grotte speleologiche. Ma perché andare nelle grotte? Ovviamente le cavità speleologiche fanno parte dell’elemento terra e quindi dell’energia che sovraintende il radicamento, la centratura, l’armonia tra la testa e il corpo, la di-gestione degli stati di ansia e di angoscia. L’elemento terra sovraintende ad ogni esperienza di apprendimento e di ingresso dentro di noi.

Se siamo in equilibrio in questa energia ci possiamo sentire sicuri, ossia ci sentiamo a casa in ogni parte del mondo, perché ci sentiamo a casa dentro di noi.

Non è un caso che i primi insediamenti degli ominidi si trovino nelle cavità della terra e, forse, potremmo addirittura ipotizzare che l’alba dell’umanità sia iniziata proprio in quei luoghi, dove l’ominide ha ritrovato se stesso e ha percepito che aveva una coscienza a differenza di tutti gli altri animali.

Entrare nelle grotte significa modificare l’assetto del nostro radicamento, abbassarsi di più e sentire più vicinanza con la terra. E’ ormai certo che tante delle varie problematiche psichiche derivino da una scarsità di radicamento. Andare nelle grotte significa imparare nuovi modi di muoversi, anzi ritornare ai primordi del nostro muoverci nel mondo, tornando a movimenti arcaici ed infantili, quindi più semplici e istintuali. Non a caso la neo scienza motoria ci sta insegnando che quei movimenti infantili vanno a ristrutturare la nostra muscolatura, decontraendo i nostri blocchi psicocorporei. Se poi pensiamo che in grotta occorre muoversi lentamente, lasciando che il corpo si adatti ad ogni asperità o cavità della pietra, tutto questo altro non è che l’esperienza di ristrutturazione psicofisica che è ormai la tecnica più acclarata per il riequilibrio psicofisico. Imparare a tenere la testa bassa mentre si cammina tra quelle rocce è un altro elemento importante e simbolico del fatto di non far prevalere la parte cognitiva e di controllo ma lasciarsi vivere le esperienze per come sono e lasciare la priorità all’istintualità del corpo. Nota è infatti l’esperienza in grotta per cui in certi cuniculi la nostra ragione pensa di non potercela fare, mentre poi si scopre sempre che il corpo ha una risorsa in più. Tutto questo ci introduce ad un altro tema: l’attraversamento dei budelli si può paragonare alle tecniche regressive di rebirthimg. Ecco solo alcuni esempi del rapporto tra psicologia e speleologia.

Come dicevo all’inizio, il tema psicocorporeo che si vive nell’esperienza della grotta è l’ansia e l’angoscia, che poi sono alle origini di ogni nostra malattia o patologia.

Il tema è quello dell’“angusto”. Angustia significa etimologicamente senza guscio o dentro il guscio, da cui derivano le parole an-goscia e an-sia. L’angoscia è l’esperienza di pensare di non riuscire a vivere senza la protezione di un “guscio”; l’ansia è l’esperienza di pensare di volere la protezione di un “guscio” che però non c’è.

Si può cogliere come questi siano i temi di tutti i temi esistenziali: vivere o non vivere da uomini liberi e capaci di andare nel mondo.

La parola angustia è collegata anche al concetto di gusto. D’altronde quale gusto ci può esser nel rimanere dentro un guscio che ci protegge e non ci fa assaporare le altre cose della vita? Si dice di una persona che ha gusto, che sa prendere le cose che vuole, che sa valutare le cose opportune e belle.

Tutto questo, e molto, molto altro ancora porta con sé l’esperienza della grotta.

Ma ora è d’obbligo spendere alcune parole sul gruppo Grottagliegrotte che ha permesso a noi di viverci in tal modo tale esperienza.

Innanzitutto hanno colto perfettamente ciò che intendevamo fare, segno della loro sensibilità profonda, coltivata suppongo proprio nelle esperienze speleologiche ed altre esperienze naturali. Ci hanno permesso di muoverci in sicurezza e di fare alcune esperienze psicocorporee oltre il semplice attraversamento delle grotte, come se capissero perfettamente ciò che andavamo facendo, avendo una profonda cura nel metterci a nostro agio, nel saper dare quelle poche e giuste parole che occorrono; hanno gestito con il loro corpo e i loro sguardi tutte le situazioni, infondendo calma, fiducia e voglia di esplorare. Ci hanno fatto vivere il rischio e la sicurezza al contempo; ci hanno insegnato che l’autonomia e il rispetto del compagno vanno di pari passo; ci hanno trasmesso, soprattutto, la capacità di godere delle bellezze, di contemplare e di sentirci “piccoli” e parte di una grande madre Gaia, che ci protegge e ci invita a vivere appieno.

Tutto questo e molto altro ancora è stata la collaborazione con il gruppo GG; infatti è stato spontaneo già pensare ad altre forme di collaborazione per il futuro, perché sono certo che questo tipo di cooperazione potrà aprire altri e più interessanti scenari e credo che strutturando dei percorsi ad hoc, mantenendo sempre uno spirito di spontaneità, la cooperazione tra speleologia e psicologia potrà portare ad altre interessanti sperimentazioni e scoperte.

Un ringraziamento particolare va a Nunzio, Gianclaudio, Gianni e Rosa che hanno permesso l’esperienza “nelle viscere di Gaia” e concludo con il riportare alcuni vissuti dei counselor che sono scaturiti dalla condivisione finale nel nostro gruppo, dando la parola ai cuori…

***

Vorrei tornare nella grotta. Si ci torno. Con un sentire più umile, quello più vicino allo strisciare più che a quello vittorioso dell’uscire, del ri-uscire. Quello che mi riporta lì, a distanza di giorni, non è tanto il dolore alle ginocchia con relative escoriazioni, quanto il dolore ai polsi e alle mani. Un dolore sordo a cui volevo restare sorda. Lo sento invece e torno lì, perché questo dolore mi ricorda l’aggrapparmi alla roccia, alla terra, al fango, alle pareti cave e convesse. E questo dolore mi dice quanto poco sono allenata, quanto poco esperisco questa abilità di aggrapparmi per tirarmi fuori. Il mio strisciare sofferto perché desideroso di uscita. Mentre strisciavo nei cuniculi sentivo il mio seno destro, portatore di una protesi conseguenza di un carcinoma, strisciare con me. Così me lo portavo insieme, così vicino come non mai nella postura eretta. L’ho sentito per tutto il tempo e mi doleva tanto da aver paura che potesse lacerarsi, scoppiare. E la paura che quel male ha risvegliato in me a suo tempo, quando è comparso, ora si faceva viva e mi accompagnava. Paura che lì sotto potesse succedere qualcosa. E il mio incontro con la paura si è rinnovato e ancora una volta è stato supportato e curato dalla vicinanza di altri, nello stesso percorso di ri-uscita. Ora come allora, ho contattato la paura di non farcela e la strada da fare strisciando, aggrappandomi ad ogni cosa per superare gli ostacoli. Ma in realtà non si supera nulla. Infatti certe cose non le superi; sono uscita, sono guarita, ma rimane il percorso che ho fatto, le strade che ho scelto, gli appigli che ho scelto, le andature e le protezioni che mi sono procurata, i compagni di strada che ho preferito. Nella vittoria del mio uscire, ometto e nascondo a me stessa e anche agli altri le fatiche e il dolore, le paure del percorso. E’ in quello che c’è la mia presenza, il mio esserci, l’esercizio di portenziamento dei miei polsi deboli nel prendere e nel dare. Durante quel tragitto di appiglio alla vita, ho potuto finalmente fortificare i miei polsi. Durante quel tragitto, tutto il mio corpo è stato capace di ri-uscita.

 

Grotta… Terra… sotto terra, dentro una grotta… Soffoco, stretta…Paura e respiro. Movimento, vita, protezione, calore… ritornare alle origini. Ricongiungersi nell’essenza.

 

Torno spesso alla parola limite. Al mio sentirmi limitata senza riconoscere neanche quelli miei corporei e vivendo una vita in un corpo che conosco poco. Nella grotta, la terra mi ha restituito anche questo. Le vertebre che facevano male quando ero sdraiata al buio, sulla terra, le ginocchia che urtavano nonostante la protezione. La grotta mi ha restituito il mio essere sprotetta. La grotta mi ha regalato il mio bisogno di essere protetta, sentendo il coraggio con la roccia e il fango e, contemporaneamente, la mia possibilità di andare con le mie forze e le mie fragilità.

 

Ho riflettuto su alcuni aspetti che mi sono venuti in mente in quei due giorni in grotta, sul fatto che essa potesse in qualche modo rappresentare il grembo materno, e passare tra quei budelli possa essere la simulazione di una rinascita, un ripassare dall’utero materno… L’idea non la trovo assurda, ma neanche completa, sentivo che mancava un passaggio: non sentivo la rotondità della vita. Il secondo giorno, però, questa rotondità l’ho cercata, perché ho pensato che se è vero che la grotta è grembo, all’interno della stessa ci deve essere vita. E la vita l’ho trovata in quella goccia attaccata, nata da quel cordone ombellicale chiamato stalattite. La goccia può decidere di vivere per conto suo, di costruirsi qualcosa e quindi lasciarsi cadere verso la vita, non più figlio, ma uomo, e iniziare a lavorare per innalzare la sua vita, la sua stalagmite. Poi c’è la goccia che si stacca prima, quella che si stacca dopo; quella che ha bisogno di aiuto, di essere presa per mano, del passaggio di qualcuno che alteri l’aria all’interno della grotta, con la voce, un apprezzamento, con il calore, perché no, anche con lo sguardo. E quella goccia… quella vita… quella persona prende coraggio e decide, perché lo vuole, di staccarsi… oppure rimane li attaccata, diventa parte di quel cordone, di quella stalattite, per sempre… magari sarà bella lo stesso, ma non brillerà di vita vera. Sono rimasto molto tempo a guardarmi quelle gocce. Io nella mia vita ho tremato due volte: sotto terra, il primo giorno, in quello che era il mio grembo materno, e galleggiando a pelo d’acqua con due mani che mi sorreggevano il capo… mani che percepivo come le mani di mio padre. Ora dovrò vibrare io…come acqua.

 

Torno nella grotta. Nel mio essere in pace, nel mio qui ed ora. Ogni tanto mi assaliva un’ansia, un pensiero di non riuscire ad andare oltre o di impazzire lì dentro. Ma toccare con le mani la terra e il fango mi riportava nel solido e avvolgente. In ciò che per me è la calma. E mi dico oggi che evidentemente mi è mancato questo. E la madre terra me lo ha restituito. Il lavoro mentale lo vivo spesso come autoconvincimento, quello nella natura come naturale e possibile. Nessuno intercede: è un incontro tra me e la mia natura.

 

La pace profonda, il senso di pienezza, la gioia di essere semplicemente, il senso di bastare a se stessi, il desiderio che non ti destabilizza, il problema che non ti perturba, il momento presente che è vita pulsante, l’amore per tutto ciò che ti circonda. Questo è il dono della terra? E’ questo il dono di accettare profondamente se stessi, tutto ciò che è stato e che sarà, e che alla fine di tutto sarà stato comunque meraviglioso? E’ questo il senso di essere radicati?

 

Stare nel ventre tuo

Terra

Per sentire il mio

Che si espande

Ad accogliere

Il respiro che cura

E rende cedevole

Il corpo agli anfratti

Pacificati entrambi

Scopro

Il dentro e il fuori di me

Così che mi incoraggia

Questa terra

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